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La pelle, oggetto senza tempo.

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Materiale

immobile

nel tempo

Eterna materia

La pelle accompagna da sempre la storia dell’uomo. Materia primordiale, resistente, mutevole, capace di trasformarsi, attraversa i secoli ma resiste al tempo. “Eterna” è un viaggio dentro questa continuità: tracce, gesti, tecniche e simboli che uniscono passato, presente e futuro.

La preistoria

40.000 a.C.

L’uomo utilizza le pelli degli animali per coprirsi, proteggersi dal freddo e realizzare ripari rudimentali. Le prime tecniche di conservazione includono essiccazione, affumicatura e uso di grassi animali.

Epoca antica

3000 a.C. - 500 d.C.

Egizi, Greci e Romani sviluppano tecniche primitive di concia. La pelle diventa materiale per calzature, armature leggere, pergamene e utensili.

Nel Medioevo

V - XIV sec.

Le corporazioni di conciatori si affermano nelle città europee. Si diffonde l’uso della concia al vegetale con tannini estratti da cortecce e foglie.

Rinascimento

XV - XVII sec.

La pelle è sempre più usata anche per arredi e abbigliamento di pregio. Firenze e Venezia diventano centri importanti per la lavorazione della pelle.

Rivoluzione Industriale

XVIII - XIX sec.

Introduzione delle prime macchine per la lavorazione della pelle. La concia chimica (al cromo, 1858) rivoluziona il settore rendendo i processi più rapidi.

Il Novecento

XX sec.

Nascono grandi marchi della moda e del lusso che usano pelle per borse, scarpe, giacche e accessori. Il design incontra la pelle, e il materiale diventa sinonimo di status ed eleganza.

Oggi

XXI sec.

Cresce l'attenzione alla sostenibilità. Le concerie di lusso investono in tecnologie green, tracciabilità delle filiere e certificazioni ambientali, puntando su qualità, artigianalità e rispetto per l’ambiente. Conceria del Corso rappresenta oggi un’eccellenza nel commercio del pellame. Come la pelle che tratta, ha saputo evolversi e innovarsi, mantenendo la propria autenticità e rafforzando la qualità dei suoi prodotti. Ogni lavorazione è frutto di ricerca, competenza e responsabilità: processi certificati, cura e attenzione all’ambiente ne garantiscono il valore.

Creata

evitando

lo spreco

E domani?

L’eternità non è stasi: è la capacità di rigenerarsi. La pelle è una materia che intreccia storia e innovazione, evolve insieme a tecnologie sempre più sostenibili, capaci di ridurre sprechi e accrescere il suo valore d’uso.

Alle origini della pelle nell’Età della Pietra

Gli strumenti in osso della Grotta dei Contrabbandieri.

Sulla costa atlantica del Marocco, nei pressi di Témara, si trova la Contrebandiers Cave (Grotta dei Contrabbandieri), un sito che ha restituito testimonianze straordinarie della vita dei primi Homo sapiens tra 120.000 e 90.000 anni fa. Questo periodo corrisponde alla cosiddetta Età della Pietra media africana, un’epoca in cui l’uomo stava sviluppando nuove abilità tecniche e culturali.

L’archeologa Hemily Hallet ha analizzato 62 strumenti in osso, accuratamente lavorati, rinvenuti all’interno della grotta. Non si trattava di frammenti casuali, ma di oggetti intenzionalmente sagomati, levigati e rifiniti per svolgere compiti specifici. Tra questi spiccano le spatole ricavate da coste animali, che per forma e superficie risultano perfette per raschiare e ammorbidire le pelli senza forarle. Si tratta di una delle più antiche testimonianze dirette della lavorazione delle pelli e delle pellicce.

Fasi di fabbricazione di utensili ossei spatolati.

La funzione di questi strumenti è confermata dai resti faunistici: le ossa di piccoli carnivori come volpi della sabbia, sciacalli dorati e gatti selvatici mostrano chiare tracce di scuoiamento. I tagli sono localizzati in punti precisi—zampe, mandibole, aree intorno alla testa—proprio come avviene ancora oggi nelle tecniche di rimozione delle pelli. Al contrario, le ossa di grandi erbivori come i bovidi presentano segni di macellazione legati al consumo della carne. Questo contrasto dimostra che le specie venivano utilizzate in modo diverso: alcune per il sostentamento alimentare, altre per ricavarne le pellicce.

Tali evidenze rappresentano uno dei più antichi indizi archeologici dell’uso di abiti nella storia umana. Non sappiamo con certezza come fossero confezionati, ma la presenza di strumenti specializzati per la preparazione delle pelli suggerisce che già allora i nostri antenati si coprissero con indumenti di cuoio e pelliccia, adattandosi così meglio agli ambienti e ai climi variabili.

Utensile per scheggiatura a pressione in dente di cetaceo.

Il sito ha restituito anche altri reperti particolari, come un apice di dente di cetaceo datato a circa 113.000 anni fa, probabilmente utilizzato come pressore per rifinire manufatti in pietra. A questi si aggiungono “retouchers” e altri utensili ossei sagomati, che testimoniano una tradizione tecnologica consolidata e non un episodio isolato.

Ossa di volpe scuoiata dalla Grotta dei Contrabbandieri.

La grotta dei Contrabbandieri mostra dunque come, già oltre 100.000 anni fa, in Nord Africa fosse attiva una cultura materiale complessa: i primi sapiens non solo producevano strumenti litici, ma sfruttavano anche l’osso e la pelle in modo sistematico, anticipando comportamenti che diventeranno tipici della nostra specie. È una prova che l’innovazione tecnologica non fu un fenomeno localizzato, ma una tendenza panafricana che interessò diverse comunità umane molto presto nella loro storia.

Fonti:

Emily Y. Hallett, Curtis W. Marean, Teresa E. Steele, Esteban Álvarez-Fernández, Zenobia Jacobs, Jacopo Niccolò Cerasoni, Vera Aldeias, Eleanor M. L. Scerri, Deborah I. Olszewski, Mohamed Abdeljalil El Hajraoui, and Harold L. Dibble, A Worked Bone Assemblage from 120,000-90,000 Year Old Deposits at Contrebandiers Cave, Atlantic Coast, Morocco, iScience 24, no. 9 (2021): 102988, link.

Il corredo di Tutankhamon

Gli oggetti del re svelano lusso e ritualità dell’Egitto antico.

Quando nel 1922 l’archeologo inglese Howard Carter entrò nella tomba di Tutankhamon, il giovane faraone che regnò sull’Egitto nel XIV secolo a.C., si trovò di fronte a un corredo straordinario, intatto da oltre tremila anni. Tra i numerosi tesori, colpì subito la presenza di oltre 130 bastoni e mazze, segno evidente dell’importanza che questi oggetti avevano nella vita e nel potere regale.

Molti di questi bastoni presentano una forma particolare, detta lotiforme o papiriforme, con l’estremità a forma di fiore di loto o di papiro. Il loto e il papiro non erano fiori qualunque: rappresentavano la rinascita e la vitalità del Nilo, e spesso erano collegati a divinità come Bastet, la dea con sembianze feline, protettrice della casa e della fertilità, e Hathor, dea dell’amore, della musica e della gioia. In epoca più tarda, questi bastoni divennero oggetti diffusi, simboli di prestigio e di ritualità.

Tre esempi casuali della complessa decorazione a appliqué dei bastoni a forma di loto/papiro, comprendente corteccia, cuoio e foglia d’oro.

Ciò che rende unici i bastoni di Tutankhamon è la grande varietà di decorazioni in pelle, un materiale che qui non è solo rivestimento ma parte integrante della struttura ornamentale. Accanto alla pelle compaiono anche corteccia di betulla, talvolta girata per ottenere diverse tonalità, lamine d’oro e persino sottilissime ali di coleottero. Le decorazioni assumono forme di ghirlande, motivi a rete o a zig-zag, cerchi concentrici e persino brevi iscrizioni. In molti casi la base è una fascia di pelle tinta di verde, su cui venivano inseriti piccoli rombi o motivi intrecciati con altri materiali; altrove, minuscoli tasselli di pelle modellavano con precisione le foglie di una ghirlanda.

Anche dal punto di vista tecnico questi bastoni rivelano ingegno. I pomoli non erano sempre scolpiti in un unico pezzo di legno: spesso venivano creati avvolgendo strisce di pelle intorno all’asta, fissate con colla animale che rendeva la superficie uniforme e resistente. Lo strato di pelle dava anche un tocco di comfort e morbidezza alla presa, rendendo l’oggetto non solo bello ma anche funzionale.

Nonostante la loro antichità, molti dettagli sono ancora visibili, sebbene la conservazione della pelle si sia rivelata difficile: l’umidità della tomba e la natura organica del materiale hanno portato in diversi casi a processi di deterioramento. Gli studiosi ritengono che si trattasse soprattutto di pelli di capra o pecora, sottili e flessibili, mentre le strisce più robuste potevano derivare da bovini. Colpisce anche la presenza quasi costante della colorazione verde, mentre i pochi elementi rossi non erano pelle tinta ma corteccia trattata.

Questi bastoni, oggi conservati al Museo Egizio del Cairo, ci raccontano un aspetto meno noto del regno di Tutankhamon: il ruolo centrale della pelle nella cultura materiale dell’Antico Egitto. Non solo come abbigliamento o calzature, ma come elemento di lusso e simbolo di potere, capace di trasformare semplici bastoni in autentici oggetti di prestigio e di significato rituale.

Fonti:

André J. Veldmeijer and Salima Ikram, Leather Is Everywhere! Tutankhamun’s Sticks and Leather, Archaeological Leather Group Newsletter 51 (2020): 13-17.

Il cuoio nell’Italia romana

Tecniche, impianti e saperi artigianali fecero del cuoio una risorsa strategica per l’impero.

Nell’Italia romana la lavorazione del cuoio era un’attività fondamentale, che intrecciava agricoltura, commercio e vita urbana. Le pelli grezze provenivano in gran parte dagli allevamenti locali—soprattutto nelle regioni ricche di bestiame come l’Apulia, il Sannio e il Veneto—ma non mancavano importazioni di qualità pregiata da altre province dell’impero. Prima di essere lavorate, le pelli dovevano essere conservate e trasportate: i metodi più diffusi erano la salatura, che rallentava la decomposizione grazie alla disidratazione, e l’essiccazione all’aria. In alcuni casi si usava anche l’allume, un minerale che contribuiva a stabilizzarle. Queste tecniche consentivano di stoccare il materiale per lunghi periodi e di spedirlo su grandi distanze, via terra o via mare, tanto che nei porti esistevano dazi specifici per il cuoio e le pellicce. Una volta giunte nelle officine, le pelli venivano sottoposte a trattamenti preliminari: ammollo per reidratarle, raschiatura per eliminare i tessuti residui, depilazione con calce o cenere.

Roma, Santa Cecilia in Trastevere: domus con conceria.

Già in età romana si stava diffondendo una tecnica destinata a segnare i secoli: la concia vegetale al tannino. Attraverso l’uso di cortecce e radici ricche di sostanze tanniche, la pelle diventava stabile, resistente e durevole. Il processo era lungo, ma il risultato era un cuoio adatto ad armamenti, calzature, cinture, accessori e rivestimenti. Dopo la concia, seguivano le finiture: levigatura con pietre abrasive, ingrassaggio con oli e grassi per mantenerlo flessibile, colorazioni con pigmenti naturali. Era in questo passaggio che un materiale deperibile si trasformava in un bene prezioso e versatile.

Roma, Casal Bertone: vasche per la concia.

Roma, Palazzo Leonori: dettagli delle vasche per la concia.

Per sostenere un ciclo così complesso erano necessari impianti specializzati. Le concerie disponevano di vasche rettangolari o troncoconiche, grandi contenitori per i lavaggi e canalizzazioni per lo smaltimento delle acque.

Sepino: pianta della domus con conceria.

Sepino: le vasche per la concia della domus.

In alcuni casi, come a Sepino, si sfruttava persino un mulino ad acqua per macinare le cortecce utilizzate nella concia, segno di una produzione organizzata e di notevoli investimenti. Le officine non erano relegate solo ai margini delle città: a Pompei alcune abitazioni furono trasformate in concerie, a Roma l’imperatore Settimio Severo istituì il distretto dei Coraria Septimiana nel quartiere di Trastevere, mentre a Milano sorse un vero e proprio quartiere conciario.

Pompei: vasche per la concia.

Anche dove gli impianti non sono sopravvissuti, restano tracce eloquenti: scarti ossei di scuoiatura, ritagli di cuoio e anfore che contenevano allume, indispensabile nelle fasi di trattamento. I conciatori, lungi dall’essere figure marginali, ricoprivano un ruolo centrale nelle città: fornivano beni indispensabili alla vita quotidiana, all’esercito e persino alla corte imperiale. Con il declino dell’Impero, tra IV e V secolo, molte di queste attività si spensero, e in diverse regioni la tradizione della concia vegetale si perse. Ma per secoli il cuoio fu una materia prima che accompagnò la vita dei Romani, simbolo di un sapere artigianale capace di trasformare la pelle grezza in un materiale resistente, duraturo e indispensabile.

Fonti:

Rosanna Goffredo, La manifattura del cuoio nell’Italia romana, Mélanges de l’École française de Rome - Antiquité 134, no. 1 (2022): 259-298, link.

L’Arte dei Cuoiai e dei Galigai

La corporazione della pelle nella Firenze medievale.

Tra il XII e il XIII secolo, a Firenze, nacquero le Arti, ovvero le corporazioni che riunivano artigiani e lavoratori della stessa categoria. Nel 1282 vide la luce una delle più caratteristiche: l’Arte dei Cuoiai e dei Galigai, che raccoglieva sotto di sé i conciatori di pelli, i cosiddetti pelacani, i commercianti di cuoio chiamati pezzai e persino gli artigiani specializzati nella doratura del cuoio e della pelle, detti orpellai.

Stemmi delle Arti fiorentine.

La concia delle pelli era un’attività fondamentale ma non certo profumata. In un primo tempo si praticava lungo le rive dell’Arno, a monte e a valle di Ponte Vecchio, dove le pelli venivano immerse e lavorate direttamente nell’acqua del fiume. Tuttavia, a causa dei forti odori, l’attività venne presto allontanata e trasferita nei pressi di Piazza Santa Croce. Pur essendo classificata tra le cosiddette “arti minori”, questa corporazione ebbe un notevole peso in città, tanto che due strade ne presero il nome: via delle Conce e via dei Conciatori, ancora oggi testimonianza viva di quell’antico mestiere.

Questa corporazione, classificata come quarta delle arti minori, adottò come proprio segno uno scudo partito d’argento e di nero. L’argento, in araldica, è uno dei due metalli più nobili, subito dopo l’oro: simboleggia la luce, l’aria, la purezza, la concordia e la fede, ed equivale, sin dall’antichità, al bianco. Il nero, invece, è uno dei quattro colori fondamentali araldici e rappresenta il lutto, la serietà, il dolore, ma anche la forza interiore e la costanza. La scelta di accostare i due smalti non fu casuale: essi esprimevano la duplice natura del mestiere, sospeso tra la vita e la morte. Il conciatore, infatti, era colui che sottraeva la pelle animale alla corruzione e alla decomposizione, per restituirla a nuova vita come materiale pregiato e durevole.

Fonti:

Arteventi News, L’arte della concia delle pelli tra storia e made in Italy, 8 agosto 2020, link.

Soule: il gioco medievale nato dai conciatori di pelle in Normandia

Tra cuoio, tradizione e rivalità popolari, la soule fu l’antenata del calcio moderno.

Molto prima dei grandi stadi e delle regole moderne, il calcio aveva un antenato chiamato soule, un gioco medievale nato tra i conciatori di pelle e i villaggi della Normandia. Questo sport arcaico, praticato in Normandia e nel nord della Francia già dal XII secolo (ma con origini forse più antiche), era una sorta di miscuglio tra calcio e rugby, duro, caotico e spesso violento.

Una partita di soule in Bassa Normandia (dettaglio da un’incisione del 1852).

La soule si giocava soprattutto nelle campagne e non aveva limiti di partecipanti: interi villaggi si sfidavano l’uno contro l’altro, con squadre che arrivavano anche a duecento uomini. Si trattava di vere battaglie festive, organizzate in occasione di ricorrenze religiose, raccolti agricoli, matrimoni o nascite. La metà campo poteva essere il confine tra due parrocchie, la piazza del paese, il sagrato di una chiesa o persino il cimitero, mentre la “porta” da raggiungere era spesso il centro del villaggio rivale o un semplice segno sul terreno.

La palla era il cuore del gioco. Veniva realizzata in cuoio o in vescica di maiale, riempita con crusca, muschio, fieno o crini di cavallo. Secondo le ricerche di Kevin Lognoné, appassionato di storia, il primo vero pallone sarebbe nato nel borgo normanno di Pont-Audemer, centro fiorente di concerie che dal Medioevo sfruttavano le acque dei canali cittadini per lavorare le pelli con corteccia di quercia. Qui, dove alla fine del Settecento operavano circa 150 artigiani, i conciatori avrebbero avuto l’idea di trasformare i loro materiali in uno strumento di gioco.

L’inizio di una partita di soule in Bretagna, in un'illustrazione da Breiz-Izel, ou vie des Bretons de l’Armorique (XIX secolo).

Ma la soule non era affatto innocua: partite infinite, durate persino giorni interi, si trasformavano in scontri durissimi. Non mancavano nasi rotti, ossa fratturate e persino tragedie, come quella raccontata da una cronaca medievale: quaranta uomini annegati durante una partita finita in una palude a Pont-l’Abbé. Né i divieti reali—come quello di Carlo V di Francia nel 1365—né le minacce di scomunica della Chiesa riuscirono mai a fermarla. Nobili, clero e popolani, tutti scendevano in campo, e la passione fu così forte che la soule sopravvisse in alcune campagne francesi fino agli inizi del XX secolo.

Così, da un gioco sfrenato e da una palla di cuoio confezionata dai conciatori normanni, prese lentamente forma l’antenato del calcio, lo sport che oggi conosciamo e che muove milioni di persone nel mondo.

Fonti:

Imparare con la Storia, Sport nel Medioevo: gli antenati del calcio, Testo adattato da un articolo di Roberto Roveda con la collaborazione di Francesca Saporiti, pubblicato sul numero 221 di Medioevo - Un passato da riscoprire, giugno 2015, link.

La Conceria, Alle radici del calcio ci sarebbero la concia e un gioco medievale, 12 dicembre 2020, link.

I cuoi d’oro: quando la pelle divenne arte e lusso tra Rinascimento e Barocco

Da Venezia alle corti europee, un’antica arte che univa concia, pittura e lusso negli interni.

L’arte dei “cuoi d’oro” (o “cuoridoro”) fiorì in Italia tra il Rinascimento e l’età barocca, raggiungendo il massimo splendore nel XVII secolo. Le prime testimonianze di questa raffinata manifattura risalgono già al Quattrocento, ma fu nel Cinquecento e Seicento che conobbe il suo apogeo, mentre il Settecento ne segnò il progressivo declino, complice il mutare del gusto e delle mode negli arredi.

Lodovico Carracci, I giocatori di scacchi, 1590.

I cuoi d’oro erano oggetti di lusso che trasformavano la pelle in superfici scintillanti: servivano come tappezzerie murali, rivestimenti per mobili, poltrone, divani e letti, ma anche come coperture per porte monumentali, mantovane e perfino orologi. Il loro segreto stava nella lavorazione a più strati: sulla pelle, già conciata al vegetale, si applicavano sottili scaglie d’argento, ricoperte da più mani di vernice gialla ottenuta con aloe, curcuma o zafferano, che conferivano la brillantezza dell’oro. La superficie veniva poi dipinta con smalti e colori, talvolta modellata in rilievo o punzonata con motivi geometrici. Il risultato era un gioco di luci e riflessi che mutava con l’intensità della luce, regalando profondità e movimento ai decori.

Le origini della tecnica sono antiche e circolarono per secoli tra Oriente e Spagna (il “cordovano”), ma divenne Venezia uno dei centri più importanti, dove gli artigiani del cuoio, chiamati scorzeri, erano organizzati in corporazione sin dal XIII secolo. La lavorazione emanava un odore forte e persistente, motivo per cui i conciatori furono relegati nell’isola della Giudecca. I maestri specializzati nei cuoi d’oro erano detti cuoridori e, a Venezia, erano associati non ai conciatori ma alla gilda dei pittori e decoratori (arte dei depentori), un fatto che testimonia la considerazione artistica del loro lavoro.

Nel XVI secolo in città erano attive circa settanta botteghe, con introiti enormi per l’epoca, e le loro opere abbellivano i palazzi delle grandi famiglie, dai Gonzaga di Mantova e Ferrara fino alle residenze aristocratiche di Spagna e Francia. Persino Ibrahim Bey di Costantinopoli ne rimase affascinato, commissionandone più volte.

I cuoridoro del Museo Correr.

A Venezia i cuoi d’oro non decoravano solo le dimore nobiliari, ma anche uffici, case da gioco e abitazioni private, al punto che i viaggiatori stranieri li descrivevano con stupore. Ne parlano Thomas Coryat nel XVII secolo e Joseph Addison nel XVIII, e lo stesso Francesco Guardi li immortalò nei suoi dipinti. Sebbene nel Settecento la produzione fosse ormai in declino, la città continuò a distinguersi con opere di altissima qualità, come i paliotti della chiesa del Redentore o i mille cuoi d’oro destinati alla Spagna. Il definitivo tramonto giunse con l’abolizione delle corporazioni dopo la caduta della Repubblica di Venezia nel 1806.

Tracce di questo antico artigianato si conservano ancora oggi. I cuoridori avevano le botteghe nell’area di San Fantin, vicino al teatro La Fenice: qui restano la Calle e il Palazzo del Cuoridoro, memoria del loro mestiere. Alcuni rivestimenti murali sopravvivono nel Palazzo Ducale, nella biblioteca di Palazzo Papadopoli, nelle sale di Ca’ Vendramin Calergi, nel Museo Correr e in poche altre sedi. I cuoridoro—arte tra tecnica conciaria, pittura e lusso d’arredo—divennero una delle firme più riconoscibili del gusto veneziano tra Rinascimento e Barocco.

Fonti:

Kurdyban, Ojcumiła Sieradzka-Malec (testo), Agnieszka Kosakowska (introduzione e fotografie), Dove cercare i cuoi d’oro se non a Venezia!, link.

Le cinghie in cuoio: il motore silenzioso della Rivoluzione Industriale

Per due secoli la pelle ha trasmesso energia a fabbriche e telai, sostenendo la crescita britannica.

“Non c’è niente come la pelle”, recitava un vecchio proverbio inglese. E a ben vedere non era solo un modo di dire: per quasi due secoli, la forza dell’industria britannica passò proprio attraverso il cuoio. Prima dell’avvento dei materiali sintetici, le cinghie di trasmissione in pelle erano l’unico mezzo per trasferire l’energia da mulini ad acqua, motori a vapore e, più tardi, motori elettrici verso macchinari di ogni tipo, dall’industria pesante ai telai tessili. Sorprendentemente, queste cinghie rimasero in uso fino agli anni Sessanta del Novecento.

All’interno del capanno di concia della conceria di Bolton Road a Silsden.

All’inizio della Rivoluzione Industriale, i mulini acquistavano pelli conciate e realizzavano da sé le proprie cinghie. Ma con l’espansione delle fabbriche, la domanda crebbe a dismisura e sorsero produttori specializzati. Fu allora che la città di Keighley, nello Yorkshire, divenne un centro chiave: qui i conciatori e i curriers (addetti alle finiture) iniziarono a dedicarsi quasi esclusivamente alla fabbricazione di cinghie di trasmissione.

Il negozio della William Laycock & Sons al 35 di Low Street, Keighley.

Tre aziende dominarono il settore tra XIX e XX secolo: James & Thomas Whitehead, Isaac Foulds e soprattutto William Laycock & Sons, attiva dal 1847. Quest’ultima acquistava inizialmente pelli già conciate, ma dal 1890, con la gestione della grande tintoria di Bolton Road a Silsden, poteva vantare l’intero ciclo produttivo: “prendere le pelli grezze dal macellaio, conciare alla vecchia maniera, rifinire e fornire direttamente al cliente”.

Il processo era lungo e accurato. Le pelli venivano immerse in limoaie, raschiate con coltelli a due manici per rimuovere pelo e carne, poi tagliate e appese in vasche di concia con acqua e corteccia di quercia. Una volta conciate, prendevano il nome di butts: il currier le trattava con sego e oli per renderle morbide e uniformi. Da qui nascevano cinghie di diversa grandezza: le single belts, semplici anelli di pelle per collegare un macchinario all’albero motore; le double edged, più robuste, per trasmettere energia tra alberi di trasmissione; e infine le enormi primary belts, che correvano direttamente dalla fonte di energia alla principale linea di produzione. Ogni cinghia era ottenuta tagliando la pelle lungo la spina dorsale, cementata, cucita e rinforzata con filo cerato o rame.

Realizzazione di doppi cinturoni presso la Queen Street Works di Laycock a Keighley.

I cataloghi d’epoca raccontano esempi sorprendenti. Nel 1902, al mulino di John Whittaker a Nelson, una cinghia lunga 88 piedi e larga 32 pollici trasmetteva da 16 anni la potenza necessaria ad azionare 1.270 telai. Alla fonderia Holmes & Pearson di Keighley, una cinghia di 168 piedi per 30 pollici era in funzione da 13 anni e veniva descritta come “ancora perfetta sotto ogni aspetto”.

Il settore raggiunse l’apice a metà Ottocento e rimase vitale fino al secondo dopoguerra. Nel 1968, con la demolizione degli stabilimenti di Queen Street, anche l’azienda Laycock chiuse i battenti. Le storiche ditte di Keighley confluirono in Charles Walker & Co., poi assorbita dalla Habasit (UK), oggi produttrice di cinghie sintetiche per l’industria alimentare.

Così, un antico mestiere legato alla concia e alla lavorazione della pelle divenne il motore silenzioso della Rivoluzione Industriale. Per Keighley, e per l’industria britannica, quella frase popolare aveva davvero un fondamento: per due secoli, non c’era niente come la pelle.

Fonti:

Alstair Shand, Memory Lane leather creates belting trade for Keighley’s firms, Keighley News, 21 gennaio 2021, link.

La Conceria, Keighley (UK), dove la pelle innescò la Rivoluzione Industriale, 30 gennaio 2021, link.

La scarpa di Maria Antonietta

Un capolavoro artigianale del Settecento, simbolo di eleganza e memoria storica.

Questa elegante calzatura apparteneva a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, regina di Francia e moglie di Luigi XVI, passata alla storia non solo per la tragica fine alla ghigliottina nel 1793, ma anche per la sua raffinatezza.

Realizzata prima del 1789 da abili artigiani del cuoio, la scarpa unisce seta e pelle di capretto, con una suola in cuoio, misura 22,5 cm di lunghezza e ha un tacco di 4,7 cm. Sul collo, quattro nastri plissé sovrapposti aggiungono un tocco di grazia tipicamente settecentesca. Un oggetto non solo di moda, ma di memoria storica.

La provenienza è certa: la scarpa faceva parte dei beni della famiglia de LaChapelle. Charles Gilbert de LaChapelle, commissario generale di Versailles sotto Luigi XVI, ebbe un ruolo di rilievo anche durante i primi tumulti rivoluzionari: nel 1791 fu incaricato di trasferire le reliquie della Sainte-Chapelle alla basilica di Saint-Denis. Ma la sorte gli fu fatale: nel 1794 finì anch’egli sulla ghigliottina. La moglie, Marie Emilie Leschevin, era amica intima di Madame Campan, prima dama di compagnia della regina, ed è probabilmente attraverso questo legame che la preziosa scarpa giunse alla famiglia.

Il 15 novembre, a Versailles, la casa d’aste Osenat l’ha rimessa sotto i riflettori: partita da una base di 8.000-10.000 euro, è stata aggiudicata per la cifra record di 43.750 euro a un collezionista privato straniero. Una cifra che conferma come, ancora oggi, ogni traccia della regina più discussa di Francia continui ad affascinare il mondo, trasformando un semplice oggetto d’uso in una vera reliquia di storia e di stile.

Fonti:

Laura Tortora, Maria Antonietta, all’asta le sue scarpe di seta, Vogue Italia, 17 novembre 2020, link.

La Chambre Bleue Paris, La scarpina di Maria Antonietta, La Chambre Bleue Cultura, il blog di Alessandra Giovanile e Virna Mejetta, 25 novembre 2020, link.